24/5/07 Il Riformista
di Anna Meldolesi
Il lungo addio di Tony Blair è una buona occasione per guardarsi allo specchio e tornare a riflettere sulle sfide del riformismo. Una volta esaurito il filone dei commenti sull’avventura britannica in Iraq, dunque, varrebbe la pena di passare a parlare dei punti di forza del premier uscente, a cominciare dal suo rapporto con la modernità e dalla passione con cui ha reinventato il rapporto tra politica e scienza. L’impegno profuso in questa direzione per dieci anni, infatti, gli ha conquistato la gratitudine unanime della comunità scientifica di casa e diffuse simpatie nei laboratori di tutto il continente.
«La scienza è per molti versi la success story segreta del governo», ha detto Blair lo scorso novembre davanti alla Royal Society, che è un po’ l’equivalente dell’Accademia dei Lincei, solo in versione più agguerrita e meno celebratoria. Blair è andato a parlare più di una volta agli scienziati del Regno e non lo ha mai fatto con parole di circostanza. Si è sempre schierato a favore della libertà di ricerca, anche quando significava scontentare ecologisti, animalisti o leader religiosi. E alle parole sono seguiti sempre i fatti, con investimenti crescenti e riforme coraggiose. Non soltanto quelle di cui è giunta eco in Italia, in materia di fecondazione assistita e clonazione.
Quando è arrivato a Downing Street nel 1997 i laboratori erano stati messi a dura prova da diciotto anni di governi conservatori e Blair ha invertito la tendenza da subito. Il budget per la ricerca ha avuto un balzo del 15% nei primi tre anni e oggi arriva a 3,4 miliardi di sterline, più del doppio (in termini reali) rispetto a dieci anni fa. Ma il premier non si è limitato a mettere mano alle casse, ha anche lavorato per restituire autorevolezza alla scienza sulla scena pubblica. C’erano da curare le ferite lasciate dalla gestione maldestra dell’epidemia di Bse (mucca pazza) da parte dei conservatori, perché l’opinione pubblica aveva finito per attribuire alla scienza colpe che erano in realtà “della cattiva politica e della cattiva agricoltura”. E bisognava farlo mentre nuove emergenze bussavano alla porta. Nel 1998, infatti, in Gran Bretagna è scoppiato lo scandalo Frankenfood - innescato dalla bufala delle patate killer - e le proteste anti-Ogm d’oltremanica sono state ben più infuocate di quelle nostrane. Lo stesso anno il governo britannico ha dovuto affrontare un altro scandalo che, per fortuna, non ha mai raggiunto l’Italia: la campagna contro il vaccino trivalente MMR (per morbillo, parotite e rosolia) che ha convinto molti genitori a non vaccinare i propri figli, portando la copertura nazionale sotto i livelli di guardia. Quindi nel 2000 il comparto agricolo è stato sconvolto dall’epidemia di afta epizootica. Ma Blair ha sempre lavorato per placare gli allarmismi e costruire ponti. Ha fatto spazio in tutti i dipartimenti per consulenti scientifici autorevoli e ha varato policies evidence-based, pensate per funzionare anziché per compiacere i gruppi di pressione. Ha persino ipotizzato di sottoporre gli atti del governo in campo scientifico, ambientale, alimentare a una sorta di benchmarking esterno. La filosofia è sempre stata quella che ora sta portando Londra verso il via libera al trasferimento di nuclei umani in ovuli animali (le cosiddette chimere): ogni scelta deve essere fatta in modo trasparente, sulla base dei dati anziché sull’onda delle emozioni, perché l’eticità delle ricerche può essere efficacemente garantita da un quadro di regole stringenti senza ricorrere ai divieti assoluti. «Voglio fare della Gran Bretagna una calamita per gli scienziati» ha detto Blair e in molti campi c’è riuscito.
La comunità scientifica gli è riconoscente anche per la fermezza dimostrata in difesa delle sperimentazioni su cavie animali. Gli oppositori usano il termine dispregiativo “vivisezione”, anche se si tratta di esperimenti spesso irrinunciabili per il progresso delle conoscenze biomediche. Comunque in Gran Bretagna questa campagna ha toccato punte drammatiche, tra minacce e profanazioni di tombe, tanto che nel 2003 e nel 2004 Cambridge e Oxford hanno rinunciato alla costruzione di nuovi laboratori. Downing Street però ha risposto approvando leggi più severe contro gli ecoterroristi e aumentando le attività della polizia. Questo mese, per esempio, sono stati eseguiti trenta arresti.
L’impegno a favore della scienza si spiega, ovviamente, con la volontà di rendere il paese più competitivo sul fronte dell’“economia della conoscenza”, come testimonia la forza crescente del comparto biotech e farmaceutico britannico. Ma Blair ha raccontato anche di essere mosso da una forte attrazione intellettuale: «Le mie vecchie insegnanti sarebbero meravigliate di sapere quanta passione nutro per la scienza oggi. Nelle materie scientifiche non ero solo scarso, ero negato». Gli piace ricordare che i tre regali più grandi che la Gran Bretagna ha fatto all’umanità sono stati Darwin, Newton e Shakespeare. Difficilmente vedremo mai un premier italiano entusiasmarsi per Golgi e Fermi oltre che per Dante. Ma il quadro non sarebbe completo se non ricordassimo l’impegno di Blair per sanare la frattura atlantica sui cambiamenti climatici, con un accordo che serva a ridurre le emissioni di gas serra ma anche a investire in ricerca e sviluppo. Non c’è niente di speciale nella sua convinzione che per risolvere questo problema «non basterà negoziare e regolare. Ci sarà bisogno di una nuova generazione di specialisti» in sequestro dell’anidride carbonica, fissione nucleare, biomasse, idrogeno e via continuando. Ciò che sorprende, però, è l’invito che ha rivolto di conseguenza ai ragazzi del Regno: «Se siete giovani idealisti e volete cambiare il mondo, allora diventate scienziati».
Nessun commento:
Posta un commento