Corriere della Sera 18/2/07
Governare con due sinistre
di Sergio Romano
In Italia, più che in altre democrazie, manifestazioni e scioperi perdono spesso di vista il problema specifico per cui sono stati organizzati, e diventano battaglie ideologiche. Quando si scende in piazza o si incrociano le braccia contro la chiusura di uno stabilimento, la realizzazione di una grande opera o, come nel caso di Vicenza, contro l’allargamento di una base militare, una buona parte dei manifestanti riesce a trasformare l’evento in una battaglia contro il capitalismo, la globalizzazione dell’economia, la distruzione dell’ambiente, la guerra, ilmilitarismo «yankee». Si direbbe che dietro ogni raduno di massa si nasconda il concetto d’insurrezione popolare, la speranza di un radicale rivolgimento. A Vicenza, ieri, il raddoppio della base militare era soltanto un’occasione, un pretesto. Gli organizzatori sapevano che la decisione è stata già presa e che un mutamento di linea avrebbe per effetto la caduta del governo: un evento che nessuna forza politica dell’Unione, verosimilmente, desidera. Ma pochi, nei partiti di sinistra, hanno avuto il coraggio di fare un passo indietro e di prendere esplicitamente le distanze dall’avvenimento. Bisognava esserci, o almeno guardarlo con occhi di benevola comprensione, perché lamanifestazione, indipendentemente dagli obiettivi dichiarati, aveva assunto un significato politico generale. E allora lasciamo da parte la base americana, che a questo punto purtroppo (l’avverbio è esclusivamente mio) ha smesso di essere un problema della politica estera italiana.
E parliamo piuttosto delle grandi linee politiche che si sono affrontate, paradossalmente, in una delle città più ricche e moderate della penisola. Il problema è quello della natura e dei caratteri della sinistra italiana. Il mondo che si estende dai Ds ai due partiti comunisti della coalizione è in subbuglio. Uomini come Fassino e D’Alema vogliono governare e sanno che questa responsabilità comporta sacrifici, adattamenti, compromessi. Per durare nel tempo e acquisire un più vasto consenso, sono decisi a creare con la Margherita un grande Partito democratico. Ma non vogliono perdere lungo la strada una parte della propria famiglia e debbono continuamente guardarsi ai fianchi. La sinistra massimalista e radicale, dal canto suo, vuole governare soprattutto per evitare che Berlusconi ritorni al potere. Ma non intende perdere il contatto con la sinistra antagonista dei centri sociali, dei gruppi extraparlamentari, del sindacalismo anticapitalista.Mentre la dirigenza deiDs è ormai riformista e quindi consapevole della necessità di avanzare con la velocità consentita dai tempi, la sinistra massimalista non può sbarazzarsi della sua mitologia rivoluzionaria ed è ancora psicologicamente in attesa di quello che nella Francia di fine Ottocento veniva chiamato le grand soir, la «grande sera», preludio a un’alba di radicale rinnovamento. È al governo, ma deve ostacolare per quanto possibile la costruzione del Partito democratico. Occupa ministeri importanti, ma non intende rinunciare alla facoltà di deplorare pubblicamente le decisioni che non corrispondono ai desideri di una parte importante della sua base elettorale. È contemporaneamente governativa e antigovernativa, con i risultati, per la coerenza del governo, di cui siamo spettatori ormai da parecchi mesi. AVicenza, ieri, le raccomandazioni del suo leader, Fausto Bertinotti, sono state ascoltate e la sinistra massimalista è riuscita a evitare ciò che avrebbe altrimenti minacciato l’esistenza del governo. Ma è difficile immaginare che l’Italia possa essere davvero governata e governabile finché la sinistra non avrà sciolto i nodi delle sue contraddizioni.
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