Dal Riformista
9/1/07
di Emanuele Macaluso
A Caserta, dove si svolgerà una riunione dei leader dell’Unione, il problema politico vero, non quello fumoso che leggiamo nelle interviste di Fassino, Rutelli e compagni è questo: Prodi sarà in grado di dire quali sono le riforme su cui ha una maggioranza certa? Nei giorni scorsi sul Riformista ho ripreso una dichiarazione del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, il quale a proposito della legge sulle pensioni, a chi parla di riforma ha risposto che occorre solo una «semplice manutenzione». Fassino alla stessa domanda postagli da Repubblica (domenica scorsa) rispondeva: «Non possiamo considerare uno scandalo andare in pensione a 60 anni invece che a 57 anni, quando l’aspettativa di vita è di 80 anni». Aggiunge, giustamente, che bisogna rivedere le pensioni di 500-700 euro al mese (sono il 65%) e difende la legge Biagi come veramente la voleva il professore assassinato: flessibilità che non si identifichi con la precarietà, senza le antiche rigidità. Questa linea non è la «manutenzione» ed è avversata da Rifondazione, Comunisti italiani (sic) e Verdi. Come la mettiamo a Caserta? Questo ragionamento possiamo farlo per altre materie: la giustizia, le liberalizzazioni, le opere pubbliche, la sanità, l’università ecc.
Io penso che sia più onesto e politicamente più forte dire la verità: quel che si può fare e quel che non si può fare, dato che il risultato elettorale è stato diverso di quel che si pensava e la coalizione governativa è più divisa di ciò che si diceva. Insomma, la riunione di Caserta può segnare una svolta non perché si parte per la fase 2 o 3 o 4, ma perché si dice come stanno veramente le cose. E lo si dica anche per la legge elettorale. Se si vuole su questo punto un accordo con l’Udc, per fare respirare la maggioranza, si deve adottare un sistema proporzionale, anche se corretto, come in Germania. Se, invece, si vuole un bipolarismo forte occorre un’intesa tra i partiti maggiori di governo e opposizione, scontando l’ostilità dell’Udc e degli alleati minori dell’Ulivo e certamente la crisi della coalizione. Tuttavia, la mia opinione è che a Caserta su tutti i temi si dirà e non si dirà, richiamandosi al librone-programma.
Debbo constatare che i leader dell’Ulivo usano la stessa logica (dire e non dire e far finta che c’è un accordo) per la prospettiva del cosiddetto Partito democratico. I più accesi sostenitori di questo progetto affermano che tutte le difficoltà che oggi si vedono nella politica delle riforme saranno superate se si fa il Pd. Come e perché non si capisce, dato che già oggi i gruppi parlamentari dell’Ulivo sono unificati. Mistero. Marini, in un’intervista a Repubblica, su un punto cruciale invece è stato netto: «Nel Pse non possiamo entrare. Come si fa a chiedere a un giovane cattolico che frequenta la parrocchia di diventare socialdemocratico»? E aggiunge: «Sembrerebbe inspiegabile che qualcuno facesse saltare il banco per questo problema». Cioè, se i Ds dicono: non si esce dal Pse, salta il banco; se la Margherita dice: si esce, il banco non salta. Ma non salterà nessun banco, perché si troverà una frase che dice e non dice, che afferma e che nega. C’è ancora chi pensa che questa è la politica. Invece è la ragione per cui ci sono diffidenza e negazione della politica.
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