da Corriere della Sera del 24 gennaio 2007, pag. 38
di Salvatore Vassallo
Nicola Rossi ha espresso, su questo giornale, una comprensibile insoddisfazione nei confronti della lentezza e della contraddittorietà con cui il governo sta usando il suo potere di agenda per mettere in fila gli obiettivi di riforma del sistema previdenziale e di liberalizzazione. Mi pare pure totalmente condivisibile la sua affermazione di principio secondo cui, in politica, chi perde dovrebbe abbandonare il campo, e consentire il ricambio. Quanto al resto dei suoi argomenti ho dei dubbi, dovuti forse ad un orizzonte temporale di riferimento diverso.
Rossi lamenta che ci siano oggi alla guida della po-litica italiana «due leadership sconfitte», ma non è chiaro se si riferisca ai due «leader» di coalizione o più in generale alla classe politica. Prodi, per esempio, non è stato mai sconfitto alle elezioni, ed è stato candidato a premier sull' onda di una larga investitura popolare. Ciò detto, i difetti nell'esercizio dell'indirizzo politico di governo sono evidenti, ma erano ampiamente prevedibili già al momento in cui furono fatte le liste elettorali: per via del largo ritardo nel ricambio generazionale della classe politica che solo un Paese anchilosato può non vedere; per via della frantumazione e ristrettezza della maggioranza; perché manca un baricentro politico della coalizione; perché i poteri di veto delle componenti radicali contano troppo; perché, di conseguenza, Palazzo Chigi continua ad essere uno snodo debole del sistema. Se questo è vero, i riformisti del centrosinistra si dovrebbero chiedere se c'era una alternativa migliore disponibile nel 2005, all'avvio del processo elettorale. Ma soprattutto, quali premesse si possano porre oggi affinchè la prossima legislatura sia più produttiva.
La verità è che, se il governo Prodi, in queste condizioni, riuscirà a sopravvivere fino al termine naturale del suo mandato, a tenere in» equilibrio i conti pubblici e fare la metà delle riforme che ha promesso, potremo essergli grati. Soprattutto se nel frattempo saranno poste, appunto, le condizioni politiche ed istituzionali per fare meglio in futuro. In questa ottica, non vedo, oggi, particolari negligenze imputabili alla dirigenza diessina.
Mi pare apprezzabile che i leader Ds stiano cercando, per quanto possibile, di tenere una linea riformista, su politica estera ed economia, facendosi carico, fuori e dentro il governo, di deficienze non loro, e che abbiano colto ad esempio meglio della dirigenza Dl il significato del referendum elettorale. Pochi giorni fa hanno adottato un metodo congressuale esemplare, decidendo di affidare al voto diretto e segreto degli iscritti, congiuntamente, la scelta della linea politica e del leader. Le maggiori personalità del partito — Veltroni, D'Alema, Fassino hanno fatto proprio con determinazione il progetto del Pd, usando argomenti che in modo apparentemente sincero mettono in radicale discussione la loro storia politica e il significato che attribuiscono alla parola «sinistra». Si sono messi in gioco dentro un dibattito interno molto più complicato, vero e utile del surreale unanimismo che, nella Margherita, sta dietro alla mozione Rutelli.
Vedo naturalmente le ambiguità e i limiti del processo fondativo del Pd, ma non capisco del tutto quelli evocati da Rossi. Nei prossimi mesi il percorso si svolgerà, credo, su due binari. Ci saranno, si spera, molte persone vedremo quante, iscritte e non iscritte a uno degli attuali partiti che segnaleranno le loro attese verso quel progetto dichiarando la loro adesione al Manifesto, quando sarà reso pubblico e se lo riterranno adeguato. Nel frattempo Ds e Dl terranno i loro congressi che si spera, come ha chiesto Nicola Latorre lunedì sul Corriere, facciano altrettanto. Dopo di che, sarebbe ragionevole, se ci sarà stato sufficiente consenso, procedere in tempi brevi alla convocazione di una assemblea costituente. Rimane un dubbio, non da poco, per come la vedo, che segna sul serio un discrimine tra l'avvio di un grande progetto e di un espediente tattico.
Che l'assemblea e il nuovo partito non siano la somma dei due attuali apparati ma l'espressione di una nuova identità associativa, adeguata ad imprimere un impulso al Paese. Non sarà facile, ma è una impresa su cui dovrebbe scommettere chi, nel centrosinistra, oltre che sopravvivere vuole anche governare.
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