Comunicato del Coordinatore Provinciale della Margherita
SILVIO BISOTTI
Il dibattito attualmente in corso sul Disegno di Legge per la regolamentazione delle unioni di fatto – argomento contenuto nel programma elettorale della coalizione di Centro Sinistra – che il Governo si è impegnato a varare entro la fine di gennaio, mi induce a formulare alcune considerazioni sia di carattere politico, sia di natura etica.
Innanzitutto ritengo doveroso sgomberare il campo da equivoci dato che ogni giorno questo dibattito si arricchisce di voci destabilizzanti e infondate, opinioni che rischiano di nascondere dietro a pretesti di carattere religioso un reale e concreto problema della nostra società. Una società, non dimentichiamolo, che oggigiorno è decisamente diversa da quella di alcuni decenni fa. Le statistiche, infatti, dimostrano che il 45% delle coppie sposate si separa nei primi cinque anni di matrimonio e che una coppia su quattro (il 25%, quindi) convive.
La Margherita è assolutamente contraria ad equiparare le cosiddette unioni di fatto ai matrimoni e ad introdurre i Pacs nell'Ordinamento Giuridico. Prodi non è Zapatero e nel progetto di legge previsto dal programma dell'Unione non è affatto contemplato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E' bene che questo concetto venga compreso ed assimilato da tutti i soggetti che desiderano offrire il proprio contributo a questo dibattito. Tanto più che le coppie omosessuali rappresentano meno del 5 % delle convivenze. Inoltre non possiamo dimenticare quanto siano numerose le convivenze che si fondano su ragioni di solidarietà spesso generazionale e di condivisione di stati di difficoltà.
In Italia, a differenza della stragrande maggioranza dei paesi europei e del mondo occidentale, esiste in materia un pericoloso vuoto normativo, una lacuna che è necessario colmare con una proposta di legge seria da sottoporre all'esame e all'approvazione del Parlamento. Una legge che contempli il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto, dalla pensione di reversibilità all'assistenza sanitaria fino al riconoscimento ai conviventi di diritti successori.
Questo, ci tengo a sottolinearlo ancora una volta, non significa assolutamente ammettere matrimoni gay ma riconoscere i diritti alle persone che vivono le unioni di fatto e che in quanto tali, come previsto dalla Corte Costituzionale, non vanno e non devono essere discriminate.
La Costituzione deve essere presa ad esempio quando, all'articolo 29, riconosce che la famiglia è fondata sul matrimonio, ma anche all'articolo 3 che riconosce pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge per tutti i cittadini, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Comprendo le attuali preoccupazione della Chiesa, ma sono certo che la proposta legislativa dell'Unione – indispensabile in uno Stato laico come il nostro, come sostenuto anche da molti cattolici – non lederà in alcun modo i valori e la priorità della famiglia. Non riconoscere diritti alle persone, equivale a discriminarle.
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