giovedì 11 gennaio 2007

Necessaria una legge per regolare le unioni di fatto

Comunicato del Coordinatore Provinciale della Margherita
SILVIO BISOTTI

Il dibattito attualmente in corso sul Disegno di Legge per la regolamentazione delle unioni di fatto – argomento contenuto nel programma elettorale della coalizione di Centro Sinistra – che il Governo si è impegnato a varare entro la fine di gennaio, mi induce a formulare alcune considerazioni sia di carattere politico, sia di natura etica.
Innanzitutto ritengo doveroso sgomberare il campo da equivoci dato che ogni giorno questo dibattito si arricchisce di voci destabilizzanti e infondate, opinioni che rischiano di nascondere dietro a pretesti di carattere religioso un reale e concreto problema della nostra società. Una società, non dimentichiamolo, che oggigiorno è decisamente diversa da quella di alcuni decenni fa. Le statistiche, infatti, dimostrano che il 45% delle coppie sposate si separa nei primi cinque anni di matrimonio e che una coppia su quattro (il 25%, quindi) convive.
La Margherita è assolutamente contraria ad equiparare le cosiddette unioni di fatto ai matrimoni e ad introdurre i Pacs nell'Ordinamento Giuridico. Prodi non è Zapatero e nel progetto di legge previsto dal programma dell'Unione non è affatto contemplato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E' bene che questo concetto venga compreso ed assimilato da tutti i soggetti che desiderano offrire il proprio contributo a questo dibattito. Tanto più che le coppie omosessuali rappresentano meno del 5 % delle convivenze. Inoltre non possiamo dimenticare quanto siano numerose le convivenze che si fondano su ragioni di solidarietà spesso generazionale e di condivisione di stati di difficoltà.
In Italia, a differenza della stragrande maggioranza dei paesi europei e del mondo occidentale, esiste in materia un pericoloso vuoto normativo, una lacuna che è necessario colmare con una proposta di legge seria da sottoporre all'esame e all'approvazione del Parlamento. Una legge che contempli il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto, dalla pensione di reversibilità all'assistenza sanitaria fino al riconoscimento ai conviventi di diritti successori.
Questo, ci tengo a sottolinearlo ancora una volta, non significa assolutamente ammettere matrimoni gay ma riconoscere i diritti alle persone che vivono le unioni di fatto e che in quanto tali, come previsto dalla Corte Costituzionale, non vanno e non devono essere discriminate.
La Costituzione deve essere presa ad esempio quando, all'articolo 29, riconosce che la famiglia è fondata sul matrimonio, ma anche all'articolo 3 che riconosce pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge per tutti i cittadini, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Comprendo le attuali preoccupazione della Chiesa, ma sono certo che la proposta legislativa dell'Unione – indispensabile in uno Stato laico come il nostro, come sostenuto anche da molti cattolici – non lederà in alcun modo i valori e la priorità della famiglia. Non riconoscere diritti alle persone, equivale a discriminarle.

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