domenica 17 dicembre 2006

Et voila l’ultimo modello del nostro eterno giobertismo

Da Il Riformista
del 16 DICEMBRE

di Massimo L. Salvadori

A leggere gli interventi di leader politici e di ideologi di spicco, quali Fassino, Rutelli, Amato, Reichlin e altri a sostegno del progetto di Partito democratico, si rimane anzitutto colpiti da un aspetto che ne costituisce il comun denominatore ideale e psicologico: la convinzione di essere chiamati a introdurre nella politica italiana un elemento «nuovo», «originale», ad adempiere una «missione» e che l’iniziativa che parte da Roma possa costituire altresì un punto di riferimento, persino un modello, destinato ad acquistare un significato e un valore ideale e pratico oltre le nostre frontiere. È questa, credo, l’ultima espressione dell’idea di “primato” italiano di giobertiana memoria. Un’idea che si è riproposta puntualmente nella storia nazionale come tentativo di offrire una risposta ai problemi irrisolti di un Paese che, avvitato in situazione di crisi, reagisce in modi sostanzialmente velleitari alla propria arretratezza.
Possiamo rintracciare e vedere le tappe e le versioni più eloquenti di questo percorso nelle visioni di Gioberti e di Mazzini, nell’ideologia fascista, nella teorizzazione berlingueriana dell’eurocomunismo e ora nelle posizioni dei fautori del Partito democratico, accomunate da un elemento che le lega tutte: l’ambizione di aprire una “terza via”. La quale combina la manifestazione delle nostre anomalie rispetto alle modalità di sviluppo dell’Europa più avanzata e moderna e la pretesa di voler superarle sotto il segno di un primato italiano. Non ci ripetono, infatti, i neodemocratici nostrani che la loro aspirazione è di dar vita ad un nuovo rassemblement delle famiglie dei partiti nell’Unione europea, di far leva su un contagio tra le culture riformiste che superi i tradizionali steccati, di mirare a una riorganizzazione internazionale avente la sua legittimazione e il suo fondamento in questa inedita contaminazione ideale e politica concepita in Italia e da questa votata a diffondersi?
All’origine del meccanismo ideologico, a fornire ad esso, per così dire, la grammatica, sta l’impostazione giobertiana, puntualmente ripropostasi <+cors>mutatis mutandis<+tondo>. Quando nel 1843 Gioberti pubblicò <+cors>Del primato morale e civile degli italiani<+tondo>, in Europa il grande contrasto era tra le forze liberali, democratiche, laiche da un lato e le forze reazionarie, conservatrici, clericali dall’altro. Nell’Italia divisa, arretrata politicamente e civilmente ma percorsa da fremiti di risorgimento, Gioberti levò la sua voce. Disse - e qui si trova la chiave dell’idea di primato italiano, il nocciolo del giobertismo di ieri di oggi - che la nostra via al rinnovamento aveva come presupposto non già di seguire le strade battute altrove, ma di dar luogo ad un’impresa nuova, dettata dalle caratteristiche proprie della nostra storia. Affermò che «le rivoluzioni tentate o malamente effettuate» in Europa nell’ultimo cinquantennio «non furono che imitazioni mal condotte della rivoluzione di Francia, partorite e governate dalle opinioni e dai successi gallici». E concluse che il rinnovamento dell’Italia sarebbe potuto venire unicamente dall’applicazione del principio generale che «la religione crea la moralità e la civiltà del genere umano», da tradursi politicamente in una federazione degli Stati italiani posti sotto la guida del papa, da cui si sarebbe levato un messaggio universale basato sulla conciliazione di ciò che in Europa si poneva in antitesi, ovvero del progresso con la tradizione, di una laicità depurata dagli elementi anticlericali con il magistero della Chiesa. È da notarsi che la concezione di Gioberti rappresentava una variante polemica rispetto a quella di Mazzini, il quale a sua volta parlava di una «Terza Roma», destinata, obbedendo ad una «missione universale» e respingendo le obsolete influenze straniere, «a muovere per la terza volta la parola dell’unità moderna».
Col fascismo è tutta una pretesa di aver acceso il grande faro nel naufragio dell’Europa. Nel 1932-33, gli anni della grande crisi europea e mondiale, Mussolini contrappone la soluzione italiana a ogni altra con l’intento di rivendicare un’iniziativa destinata a diffondersi. Lo Stato fascista è - afferma - «una creazione originale». Creatura originalissima del fascismo è in specie il corporativismo che, vera e propria terza via, «supera il socialismo e supera il liberalismo, crea una nuova sintesi», eredita dall’uno e dall’altro «quello che essi avevano di vitale» ed è destinata a imporsi «dovunque»...

Nessun commento:

Posta un commento