sabato 25 novembre 2006

Più protezionismo, sempre meno Europa

da Il Sole 24 Ore del 23 novembre 2006, pag. 9

di Adriana Cerretelli


Attenta Italia. In Europa, dentro il suo mercato unico, soffia forte il ven­to di un nuovo protezionismo: la voglia di esportare i sacrifi­ci in casa del vicino riportan­dosi a casa utili e posti di lavo­ro. Dopo il rigurgito di patriot­tismo economico, quello che l'inverno scorso a Parigi si mi­se di traverso sulla strada del­la scalata Enel a Gaz de France, ora si impone di prepoten­za la brutale logica del colonia­lismo economico, la legge del più forte, degli egoismi nazio­nali. E non ci saranno lai, scio­peri o freni inibitori che tenga­no, men che meno mediazioni vincenti da parte di Bruxelles. È il mercato, bellezza, che con la globalizzazione si fa ancora più spietato. In barba alle favo­le sull'Europa dal volto uma­no, sulla superiorità etica del suo modello di economia so­ciale di mercato.



La storia è presto detta. La tedesca Volkswagen taglierà 4mila dei 5.300 posti di lavoro nella fabbrica di Forest, vici­no a Bruxelles, nonostante questa vanti uno dei migliori tassi di produttività in Europa. Presto potrebbe accadere lo stesso negli stabilimenti in Spagna e Portogallo. Motivo? La crisi del gruppo, la redditi­vità insoddisfacente nono­stante la ristrutturazione. E un accordo concluso con i sin­dacati tedeschi: aumento dell'orario di lavoro a parità di salario in cambio del ...parzia­le rimpatrio della produzione in Germania.



Grida, e non a torto, alla ca­tastrofe nazionale il piccolo Belgio che già nel '97 subì un brutto scherzo analogo: quel­la volta fu la francese Renault a chiudere a sorpresa l'impian­to di Vilvorde, facendo saltare oltre 3mila posti. La Commis­sione europea promette aiuti e fondi alla riqualificazione del nuovo esercito di disoccu­pati. Molto di più non può fare in un'Unione che si è data una moneta e un mercato (quasi) unico ma non una politica eco­nomica e fiscale europea e nemmeno una comune politi­ca sociale, sindacale, del lavo­ro. Al contrario tutti, sia pure con diverse sfumature, voglio­no che queste politiche resti­no appannaggio delle varie so­vranità nazionali.



Da sempre le congiunture difficili scatenano in Europa i peggiori istinti nazionalistici innestando marce a ritroso nel processo di integrazione. A esasperarli oggi provvedono le sfide della globalizzazione e della competitività mondiale insieme all'irruzione dentro l'Unione delle nuove frontiere competitive dell'Est. I risultati si vedono. Sì, perché non ci so­no solo Volkswagen e Renault a remare, dopo averlo ampia­mente sfruttato, contro il mer­cato europeo degli altri per blindarsi, quando fa comodo, in quello nazionale.



Anche la Svezia, il Paese so­cialmente all'avanguardia in Europa, ha sbattuto la porta in faccia alla concorrenza dei nuovi europei dell'Est con la scusa della suprema tutela del suo modello di sviluppo (e li­vello di benessere). Quasi tut­ta la vecchia Europa ha chiuso ai lavoratori orientali e si pre­para a fare lo stesso in gennaio con rumeni e bulgari. Mentre si allarga, il mercato unico lesi­na le promesse ai suoi attori più deboli. Diventa lentamen­te ma inesorabilmente terra di sfruttamento e di conquista a senso unico per i più forti, per i sistemi nazionali più inte­grati, più efficienti, flessibili e agguerriti.



Si fa sempre più mercato e sempre meno Europa, bellez­za. Con la competitività rego­larmente in calo, una produtti­vità smorta, la crescita econo­mica abbondantemente sotto la media Ue e il debito rigon­fio, l'Italia rischia grosso. Sen­za un sistema-Paese né strut­ture industriali (salvo poche eccezioni) in grado di compe-tere ad armi pari in Europa e fuori. Per ragioni diverse dal Belgio potrebbe farne la stessa fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. Questa Europa neo-nazionalista - dai Gover­ni, all'industria, ai sindacati fi­no alle pubbliche opinioni - non perdona nessuno. Nem­meno una fabbrica iper-produttiva come quella di Forest. Qualche anno fa la Krupp di Terni stava per fare la stes­sa fine. Si salvò in extremis. Difficilmente però la fortuna batte due volte alla stessa por­ta. Per questo il risanamento dei conti pubblici è essenzia­le ma le riforme strutturali, la palingenesi e il rilancio del si­stema Italia lo sono ancora di più. A meno che, al tavolo eu­ropeo, non si scelga il posto dei subalterni.

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