da Il Sole 24 Ore del 23 novembre 2006, pag. 9
di Adriana Cerretelli
Attenta Italia. In Europa, dentro il suo mercato unico, soffia forte il vento di un nuovo protezionismo: la voglia di esportare i sacrifici in casa del vicino riportandosi a casa utili e posti di lavoro. Dopo il rigurgito di patriottismo economico, quello che l'inverno scorso a Parigi si mise di traverso sulla strada della scalata Enel a Gaz de France, ora si impone di prepotenza la brutale logica del colonialismo economico, la legge del più forte, degli egoismi nazionali. E non ci saranno lai, scioperi o freni inibitori che tengano, men che meno mediazioni vincenti da parte di Bruxelles. È il mercato, bellezza, che con la globalizzazione si fa ancora più spietato. In barba alle favole sull'Europa dal volto umano, sulla superiorità etica del suo modello di economia sociale di mercato.
La storia è presto detta. La tedesca Volkswagen taglierà 4mila dei 5.300 posti di lavoro nella fabbrica di Forest, vicino a Bruxelles, nonostante questa vanti uno dei migliori tassi di produttività in Europa. Presto potrebbe accadere lo stesso negli stabilimenti in Spagna e Portogallo. Motivo? La crisi del gruppo, la redditività insoddisfacente nonostante la ristrutturazione. E un accordo concluso con i sindacati tedeschi: aumento dell'orario di lavoro a parità di salario in cambio del ...parziale rimpatrio della produzione in Germania.
Grida, e non a torto, alla catastrofe nazionale il piccolo Belgio che già nel '97 subì un brutto scherzo analogo: quella volta fu la francese Renault a chiudere a sorpresa l'impianto di Vilvorde, facendo saltare oltre 3mila posti. La Commissione europea promette aiuti e fondi alla riqualificazione del nuovo esercito di disoccupati. Molto di più non può fare in un'Unione che si è data una moneta e un mercato (quasi) unico ma non una politica economica e fiscale europea e nemmeno una comune politica sociale, sindacale, del lavoro. Al contrario tutti, sia pure con diverse sfumature, vogliono che queste politiche restino appannaggio delle varie sovranità nazionali.
Da sempre le congiunture difficili scatenano in Europa i peggiori istinti nazionalistici innestando marce a ritroso nel processo di integrazione. A esasperarli oggi provvedono le sfide della globalizzazione e della competitività mondiale insieme all'irruzione dentro l'Unione delle nuove frontiere competitive dell'Est. I risultati si vedono. Sì, perché non ci sono solo Volkswagen e Renault a remare, dopo averlo ampiamente sfruttato, contro il mercato europeo degli altri per blindarsi, quando fa comodo, in quello nazionale.
Anche la Svezia, il Paese socialmente all'avanguardia in Europa, ha sbattuto la porta in faccia alla concorrenza dei nuovi europei dell'Est con la scusa della suprema tutela del suo modello di sviluppo (e livello di benessere). Quasi tutta la vecchia Europa ha chiuso ai lavoratori orientali e si prepara a fare lo stesso in gennaio con rumeni e bulgari. Mentre si allarga, il mercato unico lesina le promesse ai suoi attori più deboli. Diventa lentamente ma inesorabilmente terra di sfruttamento e di conquista a senso unico per i più forti, per i sistemi nazionali più integrati, più efficienti, flessibili e agguerriti.
Si fa sempre più mercato e sempre meno Europa, bellezza. Con la competitività regolarmente in calo, una produttività smorta, la crescita economica abbondantemente sotto la media Ue e il debito rigonfio, l'Italia rischia grosso. Senza un sistema-Paese né strutture industriali (salvo poche eccezioni) in grado di compe-tere ad armi pari in Europa e fuori. Per ragioni diverse dal Belgio potrebbe farne la stessa fine del vaso di coccio tra quelli di ferro. Questa Europa neo-nazionalista - dai Governi, all'industria, ai sindacati fino alle pubbliche opinioni - non perdona nessuno. Nemmeno una fabbrica iper-produttiva come quella di Forest. Qualche anno fa la Krupp di Terni stava per fare la stessa fine. Si salvò in extremis. Difficilmente però la fortuna batte due volte alla stessa porta. Per questo il risanamento dei conti pubblici è essenziale ma le riforme strutturali, la palingenesi e il rilancio del sistema Italia lo sono ancora di più. A meno che, al tavolo europeo, non si scelga il posto dei subalterni.
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