sabato 29 aprile 2006

Siamo davvero un paese diviso? Nei Dl dossettiani, degasperiani e pragmatici

da Europa

di FRANCO MONACO
28-04-2006

Secondo alcuni commentatori le elezioni politiche ci avrebbero consegnato l’immagine di un paese diviso. Così è, oggettivamente, dal punto di vista dei numeri, dei consensi rispettivamente raccolti da Unione e Cdl. Tuttavia, merita riflettere un po’ più distesamente sul risultato e, segnatamente, appunto, sulla teoria del paese diviso. Una teoria da approfondire e da problematizzare. Il presidente Ciampi, per esempio, sembra confutare quell’assunto. Nel suo recente discorso per il 25 aprile, così si è espresso: «È scorsa davanti ai miei occhi l’immagine di un paese molto più unito, molto più omogeneo, nei suoi sentimenti e nelle sue scelte, di quanto farebbe talvolta pensare l’eccessiva asprezza degli scontri politici di vertice». Si è cominciato a discutere la teoria del paese diviso anche nella direzione federale di Margherita. Intorno al tema, provo ad articolare alcuni interrogativi: davvero il paese è diviso? Nel caso, di che natura è tale divisione? Essa rappresenta un’assoluta novità introdotta (o acuita) da Berlusconi o corrisponde a una linea ci continuità nella struttura degli orientamenti politici in Italia? Sopravviverà il “virus” berlusconiano alla sconfitta politica di Berlusconi? In che senso e come riunifi- care il paese senza misconoscere la fi- siologia del bipolarismo e della democrazia competitiva? Semplificando drasticamente, nella stessa direzione federale di Margherita ho riscontrato tre distinti ma non alternativi schemi di risposta. Esemplifico chiedendo scusa agli amici cui intesterò posizioni ideal-tipiche e quasi caricaturali. Un primo schema di lettura è il seguente: sì, il paese è diviso. Lo è in profondità, non solo politicamente ma anche moralmente. A produrre tale divisione ha contribuito in misura decisiva Berlusconi. Di cui si rimarca la peculiarità- anomalia, il suo profilo antipolitico- populista, la rottura nella continuità della tradizione e dell’ethos costituzionale. Tale metamorfosi eticoantropologica sarebbe stata operata dal Berlusconi tycoon televisivo prima e più che dal Berlusconi politico, che semmai di essa si è poi avvantaggiato. Secondo questo approccio è richiesto ben altro che la semplice sconfitta politica del Cavaliere. A lui sopravviverebbe il virus più tenace, profondo e diffuso del “berlusconismo”, un deterioramento del costume e della coscienza, che esige un’opera ricostruttiva di lunga lena cui dovranno attendere non solo la politica ma la cultura e le agenzie educative. È una lettura (naturalmente esagero) apocalittico- dossettiana, con la metafora coniata da Dossetti della notte (“Sentinella, quanto resta della notte?” Isaia, 21,11). Notte non solo della politica, ma della cultura e della civiltà. Una diagnosi e una immagine forte evocate anche dal Caimano di Nanni Moretti. Nell’intervento di Castagnetti alla direzione Dl rinvengo traccia di tale risposta. C’è una seconda chiave di lettura, che denominerei democristiano-degasperiana. Essa mette l’accento sulla distinzione tra domanda politica (che ci interpella) e risposta (cattiva) berlusconiana e fa affidamento sulle risorse della politica e di classi dirigenti più illuminate della propria base di consenso. Come fu per la Dc, specie nella stagione degasperiana. Il cui capolavoro fu appunto quello di dare risposte avanzate e democratiche a domande spesso regressive, conservatrici e talora persino reazionarie. Questo schema mette l’accento più sulla continuità che sulla discontinuità-anomalia berlusconiana e legge la tenuta inattesa della Cdl, nonostante il palese fallimento dei suoi cinque anni di governo, come tutt’altro che sorprendente. A ben guardare, la struttura politica del nostro paese, in un’ottica di lungo periodo, attesta l’egemonia del fronte moderatoconservatore tra gli elettori. In questa ottica, alla rovescia, sorprende piuttosto che il centrosinistra, per la prima volta da sessant’anni, raccolga un consenso tanto largo. Fiducia dunque nella qualità dell’offerta politica e nella vocazione-attitudine della classe politica a governare e guidare i processi e anche le spinte regressive. Forse – questo il profilo critico e problematico di tale approccio – vi sottende un’idea della politica intesa come rappresentanza e come governo che non fa adeguatamente i conti con l’esigenza di subordinare l’una e l’altra funzione (rappresentanza e governo) a scelte di valore etico- politiche che inesorabilmente polarizzano o addirittura discriminano tra elettori di centrodestra ed elettori di centrosinistra. Perché l’universo politico – come sosteneva Bobbio – è, di suo, naturaliter binario, dialettico, competitivo. Di tale approccio “centrista” (ove il centro è luogo della rappresentanza e del governo) ho scorto traccia nelle parole di De Mita in direzione. Infine, un terzo schema. Quello “politicista” caro a Parisi, che mette l’accento (forse troppo) sull’autonomia della politica e delle sue dinamiche. Qui si nega l’assunto che l’Italia sia divisa, che si diano due Italie. La nostra e quella che si riconosce in Berlusconi. È l’offerta politica binaria, sono i due schieramenti raccolti intorno ai rispettivi programmi e leader che polarizzano e divaricano l’elettorato. Dinamica giudicata normale, anzi indizio di maturità della democrazia, di natura sua competitiva. In questa ottica si stempera l’anomalia berlusconiana. Meglio: se ne enfatizza l’alternatività politica, non morale o antropologica. Di più: nel mentre si marca l’irriducibile differenza-opposizione politica a Berlusconi, non si esita a riconoscergli il merito dell’innovazione politica e di un positivo contributo all’instaurazione del bipolarismo. Dentro una società mobile e frammentata, non più strutturata in classi sociali omogenee, è la proposta-offerta politica che genera consensi e dissensi a loro volta mobili, senza più rendite di posizione, senza più recinti sociali e ideologici stabili e sicuri. Un approccio, questo, che fa leva su una politica post-ideologica proiettata su una società segnata da processi di secolarizzazione e di soggettivazione. Una riduzione della politica allo stato laicale, un suo approdo pragmatico. Dunque, in questo caso, nessun paese diviso, nessun allarme, a fronte di una democrazia maggioritaria ove un solo voto in più può fare la differenza. Senza drammi. Mi auguro che si trovino l’occasione e il modo per approfondire la controversa tesi del paese diviso in forma più distesa e argomentata.

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