sabato 22 aprile 2006

Perché i giovani Usa trovano lavoro e non si ribellano

Il mercato aperto elimina la disoccupazione intellettuale tipica della vecchia Europa

Piero Ostellino su Corriere della Sera 22/4/06

Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione dei giovani laureati del primo ciclo universitario (l'equivalente della nostra laurea breve) è del 5 per cento per i maschi, del 5,6 per le femmine (per quelli senza neppure il diploma di scuola superiore è rispettivamente del 20 e del 23, ma in media, per ogni categoria di americano sotto i 25 anni, del 10; su un tasso generale del 4,8). Non c'è, dunque, «disoccupazione intellettuale» come in alcuni Paesi d'Europa fra i quali il nostro, dove - già lo scriveva Luigi Einaudi una sessantina d'anni fa - il sistema scolastico statale e di tipo napoleonico (tutti studiano la stessa cosa che abilita a esercitare certe professioni) e il conseguente riconoscimento legale del titolo di studio producono una aspettativa del «posto» che lo Stato-docente dovrebbe a quel punto soddisfare, ma che non è evidentemente in grado di garantire. Scrive Pierre-Yves Dugua, il corrispondente del Figaro dagli Stati Uniti: «In un Paese in cui l'educazione superiore non è un diritto, ma un privilegio, queste statistiche sono un profondo fattore di motivazione. In effetti, negli Usa, l'università è percepita come un investimento lordo che produce la promessa di un impiego remunerato rispetto ai non laureati». Le tasse d'iscrizione nelle università private sono in media di oltre 21 mila dollari, che possono essere del doppio per quelle più prestigiose, mentre nelle università pubbliche sono mediamente di 5.500 dollari. Inoltre, per essere accettati, occorre uscire dalla scuola superiore con una votazione elevata. Più del 42 per cento degli studenti universitari esercita già un'attività professionale. «Spesso - scrive ancora il giornalista del quotidiano parigino - è una necessità per finanziare i propri studi, ma anche un buon mezzo per farsi un'esperienza di lavoro». Così, i salari medi del primo impiego, per i laureati in economia, finanza e contabilità aziendale, sono di oltre 45 mila dollari l’anno (con un aumento dell'11 per cento rispetto a quello precedente); per i laureati nelle discipline letterarie sono di oltre 30 mila (con un aumento del 6 per cento).
«Ma se gli studenti americani non hanno paura della disoccupazione - scrive ancora Dugua - gli imprenditori non hanno paura di assumere giovani al primo impiego. La nozione di "contratto di lavoro" non si applica in America che a una minoranza declinante di salariati sindacalizzati». Poiché l'assunzione è senza contratto, essa avviene rapidamente e informalmente. Né, a livello federale, è previsto per legge preavviso di licenziamento: nella prassi, bastano due settimane, con un'indennità massima pari al salario di 26 settimane. Il neo-assunto gode di due-tre settimane di vacanza. L'inizio della vita lavorativa - conclude il giornalista del Figaro - «non è motivo di angoscia da precarietà, ma al contrario di ottimismo e di motivazione, come vuole la cultura americana, volta più verso il futuro che verso la conservazione del passato».
Il titolo che il quotidiano ha dato all'articolo è «Quindici giorni di preavviso di licenziamento: perché i giovani americani non si rivoltano...». A questo punto, Dio mi guardi dal fare paragoni fra la vecchia Europa e gli Stati Uniti; fra mercato del lavoro chiuso e mercato del lavoro aperto. Li facciano i lettori, guardandosi intorno. Chi ha paura della legge Biagi?
postellino@corriere.it

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