martedì 7 febbraio 2006

DEMOCRAZIE ILLIBERALI

Mondo arabo: possibili solo dispotismi temperati?

Alberto Ronchey sul Corriere della Sera del 7/2/2006

Dopo il colpo di scena elettorale nei territori palestinesi, che ha consegnato l’assoluta maggioranza parlamentare all’integralismo islamico di Hamas, insorge un altro interrogativo sui rapporti fra occidentali e arabi. Anche se la questione palestinese appare un caso a sé, in seguito a quegli scrutini come si potrà fronteggiare l’insidioso e forse contagioso fenomeno d’una «democrazia illiberale»? Sulle prospettive, lo stesso Abu Mazen s’è interrogato insieme con Hosni Mubarak nei colloqui del Cairo. Lo scenario del mondo arabo presenta già numerose incognite. Non si tratta solo del triangolo Iraq-Siria-Libano, dell’Arabia Saudita o della pagaille conflittuale d’Algeria. L’attenzione preminente andrebbe dedicata, in particolare, all’Egitto. In settembre, il presidente Mubarak raggiunse con la rielezione l’88,6 per cento dei voti, anche se il suo moderato dispotismo aveva concesso la facoltà di scegliere tra più candidati sotto i pressanti consigli di Washington. Tuttavia in seguito, con l’elezione del Parlamento, s’è imposta come principale forza d’opposizione la Fratellanza Musulmana, setta fuori legge che presentava i suoi candidati come indipendenti grazie alla limitata tolleranza di Mubarak. Messaggio per Washington: «Volete in Medio Oriente la democrazia? Ecco i rischi».
Ancora una volta, ci si domanda se i principi dello Stato di diritto siano assimilabili davvero in condizioni e tradizioni così differenti da quelle occidentali. Qualche speranza ci vuole sempre, certo, ma in Egitto come nell’Iraq e nell’intero mondo arabo non sarà forse un potere autoritario temperato il massimo successo raggiungibile? Questo dubbio incontra l’obiezione che altrove, come nel Giappone sempre ricordato in simili dispute, le regole delle moderne democrazie occidentali oggi risultano assimilate in larga misura. Ma sono comparabili, storicamente, le nazioni rappresentate da Mubarak e Koizumi?
Dopo i mamelucchi e il dominio degli ottomani, sotto la monarchia di Fuad e Faruk la società egiziana rimaneva semifeudale. Dopo il colpo di Stato del 1952, i governanti militari hanno potuto raggiungere scarsi risultati con il visionario panarabismo. Solo adesso, con l’esperienza modernizzante di Mubarak, l’Egitto appare prossimo a un plausibile benché limitato sviluppo economico, fra investimenti stranieri, crescenti scambi commerciali e flussi valutari del turismo. Tuttavia rimane finanziato dagli Stati Uniti, se non altro perché il dispotismo temperato di Mubarak è vulnerabile agli estremisti musulmani che assassinarono Sadat.
Anche il Giappone, fino alle riforme dell’epoca Meiji, era feudale. Ma nel 1868 quei riformatori vollero adeguare all’economia moderna la loro nazione. Adottarono un’istruzione d’impronta occidentale, ricordava Raymond Aron, insieme con un sistema giuridico rispettoso dell’individuo e razionale. Inviarono all’estero missioni per studiare industrie, infrastrutture, servizi. Poi, come osservava lo storico Walt Rostow, raggiunsero lo stadio nel quale una potenza nascente irrompe sulla scena internazionale, finché viene condizionata. E ormai, da mezzo secolo, l’assimilazione dei costumi liberali procede nella società pragmatica, non prigioniera di vincoli simili all’integralismo islamico, laddove l’Estremo Oriente incontra l’Estremo Occidente.

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