sabato 14 gennaio 2006

Uniti si vince unificati no

contropiede di Claudio Rinaldi

Un articolo su L'Espresso del 2004 che offre ancora spunti di riflessione



Nel Sessantotto fra tanti slogan bellicosi o ridanciani ce n´era uno di puro stampo politichese: ´Uniti si vince, unificati si muore´. Prendeva di mira la fusione fra socialisti e socialdemocratici tentata l´anno prima. Si rivelò azzeccato, giacché il nuovo Psu fallì clamorosamente la prova del voto popolare. Da allora ogni aggregazione fra partiti diversi è diventata sinonimo di fiasco imminente.

Dello iettatorio precedente, però, i big dell´Ulivo non paiono tenere conto. Dal 18 luglio, quando Romano Prodi ha suggerito che le forze di centro-sinistra si presentino tutte insieme alle elezioni europee del 2004, essi si sono tuffati a corpo morto nel mare magnum delle discussioni.

C´è chi parla di lista ´unica´ e chi, spaccando il capello in quattro, di lista ´unitaria´; chi medita di fondare un nuovo partito e chi soltanto di aggiungere il simbolo dell´Ulivo a quelli delle singole formazioni. Ebbene, sia consentito qualche dubbio sul rumoroso lavorìo. Piero Fassino ricorda che bisogna rispondere "alla richiesta di unità che sale dall´elettorato", e i sondaggi confermano che al popolo ulivista l´idea di Prodi piace; perseguirla in forme macchinose, però, può arrecare a una causa in sé giusta più danni che benefici.

Il primo rischio è che l´Ulivo, non pago di tre mesi di bla bla, si sfibri fino alla primavera e oltre in un pedante dibattito sulla propria configurazione. I Ds hanno messo la sfida prodiana in un loro diabolico tritacarne: prima la direzione della Quercia, poi l´Assemblea congressuale, infine un referendum. E non è che l´inizio, visto che Fassino vede l´agognata lista unitaria come una semplice "prima tappa della riorganizzazione". Ma un eccesso di gradualità può essere disastroso. Certe operazioni riescono soltanto se compiute di slancio.

La trasformazione del Pci in Pds, per esempio, portò al flop elettorale del 1992 perché fu diluita in un anno e mezzo di chiacchiere. In seguito la Cosa 2 di Massimo D´Alema abortì perché era troppo lento il cammino verso il presunto partito socialista all´europea.

La lezione dei fatti è chiara: nell´epoca dei mass media onnivori e delle notizie in diretta tv le lungaggini costituiscono un handicap terribile. Meglio tagliare corto. Se esistono le condizioni per la famosa ´riorganizzazione´, si proceda senza indugio; se mancano, si eviti di impantanarsi in un cicaleccio di lunga durata il cui solo effetto sarebbe il logoramento del candidato Prodi.

Il secondo punto è che l´Ulivo ha sempre pagato caro il vizio assurdo di lavare in pubblico i suoi panni sporchi. Concentrarsi sui problemi di assetto della coalizione, infatti, vuol dire condannarsi a un´arida comunicazione per addetti ai lavori, regalando a Silvio Berlusconi l´esclusiva del colloquio con la Gente. Se i capi dell´Ulivo usassero le comparsate nei tg per barbose disquisizioni sulle loro beghe interne, dunque, si suiciderebbero due volte. Da un lato sacrificherebbero l´esigenza di una puntuale, intelligente critica dell´operato del governo; dall´altro, insistendo negli appelli alla lista unitaria, dimostrerebbero che la mitica unità non c´è, così come Fassino invocando un mirabolante ´Progetto per l´Italia´ sottolinea suo malgrado che il programma non c´è.

Da ultimo ci sono controindicazioni strettamente politiche. Anzitutto una lista Ds-Margherita-Sdi non farebbe che dare visibilità agli assenti: di qua Udeur e Italia dei valori, di là Verdi e Pcdi; il centro-sinistra apparirebbe più diviso che mai. Il gruppone riformista, poi, avrebbe ben poco da spartire con il Partito democratico lanciato il 30 aprile scorso da Michele Salvati. Costui auspicava la convergenza dei moderati sotto un´unica bandiera, sì, però nel quadro di una solida alleanza con i radicali guidati dal ragionevole Sergio Cofferati. Ora che il Cinese si è rintanato a Bologna, invece, è possibile che i Verdi, il Pcdi e lo stesso Correntone ds si abbandonino al soffocante abbraccio di Fausto Bertinotti. Inoltre Salvati pensava a un Partito democratico non dominato dagli ex comunisti, il che lo spingeva a escludere D´Alema e i suoi cari dalle massime cariche; nel suo schema, del resto, i Ds erano indeboliti dalla scissione della loro ala sinistra.

Adesso al contrario la triplice intesa Ds-Margherita-Sdi nascerebbe, cifre alla mano, all´insegna di una netta egemonia diessina, provocando i cronici mugugni degli altri.

Ecco perché la scelta migliore sembra proprio quella meno ambiziosa, cioè la mera adozione di un simbolo comune da parte dei vari clan dell´Ulivo. Così Prodi & C. darebbero un tenue ma inequivocabile segnale di concordia, dopo di che ognuno andrebbe gaiamente a caccia di consensi per sé e per tutti. E alla fine, si accettano scommesse, nessuno intonerebbe il vecchio sfottò: ´Unificati si muore.´

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