L’INTERVENTO DI FRANCESCO RUTELLI
18-01-2006
Care amiche ed amici,
l’occasione di questo incontro è per me doppiamente preziosa. Perché mi permette di esprimere con maggiore approfondimento alcune idee sul Partito Democratico che verrà, e di consegnare questo materiale iniziale per la riflessione comune prima che si entri nella forte contesa elettorale. Perché rientra tra le attività del Centro di Formazione Politica fortemente voluto da Massimo Cacciari e diretto da Nicola Pasini: un’iniziativa nata per costruire cultura politica; per formare una leva selezionata e qualificata di giovani; per essere un esempio di integrazione, qui a Milano, tra opinioni e progetti che nascono nell’ambito della Margherita – che ha deciso di finanziare questa interessante sorgente – e che vuole spingersi oltre. Oltre, nella cooperazione nel campo democratico e riformista; oltre, proprio nel processo di costruzione del Partito Democratico.
Partito Democratico, dunque. Si tratta dell’ennesimo non-luogo, oppure di un logo come altri ce ne sono stati nel faticoso processo di trasformazione del centrosinistra dal ’92 ad oggi? Si tratta della quarta “matrioska” nella storia del Partito Comunista Italiano, dopo PCI, PDS e DS? Si tratta di una fuga in avanti, se non proprio di una fuga oltre-Oceano?
No. Dobbiamo costruire una casa o, meglio, una città, salda e stabile.
La scelta del nome indica che dovrà essere un partito. E una forza politica democratica e per la crescita della democrazia in Italia.
Dovrà essere riformista, nel senso di legare le sue fortune a un chiaro, instancabile cammino di riforme.
Dovrà essere nazionale.
Nascerà in quanto animatore e promotore delle nuove, necessarie, coinvolgenti Missioni per il nostro paese.
Si affermerà dopo avere identificato e avviato a soluzione i principali nodi politici, culturali, organizzativi tuttora irrisolti nel campo democratico e progressista.
Un Partito. Ovvero, una forza che si definisce come parte nella politica italiana.
Dobbiamo ricostruire pienamente l’orgoglio e la dignità del poter essere partito, su basi coraggiosamente innovative, in piena coerenza con l’articolo 49 della Costituzione, come antitodo al plebiscitarismo mediatico, come risposta di nuovo alta alla crisi della politica e alle diffidenze verso la rappresentanza, chiamata in realtà a compiti difficili, affascinanti, irrinunciabili, di mediazione non meno che di progettualità. Se ci fate caso, per la prima volta si sceglie senza paura questa parola - partito - senza dover ricorrere a suggestioni, né invocazioni generiche: non una lista elettorale, non una “cosa”, non un richiamo generale come è stato da dieci anni a questa parte con l’Ulivo. E’ evidente che il Partito Democratico dovrà essere lo sviluppo e l’approdo delle esperienze dell’Ulivo. Dico esperienze, al plurale, poiché ne abbiamo conosciuto fasi e tappe molto diverse: un Ulivo elettorale e politico (quello del ‘95-‘96) che non è stato purtroppo sviluppato, ma sostanzialmente accantonato dopo la vittoria del ’96 e negli anni di governo sino al 2001. L’Ulivo elettorale del 2001 (di cui facevano parte non solo i DS e la nascente Margherita, ma anche PdCI e Girasole con i Verdi), cui dopo la sconfitta con Berlusconi è stata sostituita progressivamente l’alleanza con Rifondazione e IdV infine denominata Unione. La Lista di “Uniti nell’Ulivo” presentata da DS, Margherita, SDI e RE nelle Europee del 2004. L’avvio, da parte delle stesse forze, della Federazione dell’Ulivo. Infine, ed è storia di questi giorni, la lista dell’Ulivo alla Camera dei deputati guidata da Prodi e formata da DL e DS con partecipazione di altre forze e personalità in vista delle elezioni del prossimo 9 aprile 2006.
Capisco che questa ricostruzione, pur largamente incompleta, abbia l’effetto di far sbadigliare qualcuno in sala. Perché? Per un motivo fondamentale. Il bipolarismo italiano nasce assieme all’ingresso in politica di Berlusconi. E la grande maggioranza degli elettori di centrosinistra ha da tempo interiorizzato l’idea che – più che formule, denominazioni e complicati equilibri politici – sia indispensabile creare la più larga unità capace di battere Berlusconi e chiudere il troppo lungo capitolo di populismo, conflitti di interesse, scelte politiche e di governo “à la Berlusconi”.
Il mio compito di oggi consiste nel tentare di disegnare uno scenario prossimo in cui questa esperienza tanto negativa per il nostro paese possa non proseguire imperterrita e soprattutto non riprodursi di nuovo. E’ necessario dunque, ben più che riaffermare un “credo antiberlusconiano”, analizzare le strade migliori attraverso cui conquistare stabilmente il consenso della maggioranza degli italiani. Una maggioranza che il centrosinistra non ha mai raccolto in elezioni politiche; neppure in quelle del 1996, che furono vinte solo grazie alla spaccatura tra Lega e Polo (e nelle quali i rapporti di forza reali tra i due schieramenti furono per noi addirittura peggiori di quelli conquistati nelle elezioni, perdute, del 2001).
Per conquistare questa maggioranza al centrosinistra è indispensabile un forte baricentro democratico-riformista, oggi imperniato su Margherita e Quercia; nel prossimo futuro, è indispensabile il Partito Democratico. Dentro la più vasta cornice unitaria, certo. Ma con la consapevolezza che gli italiani non darebbero la maggioranza dei consensi a una coalizione eccessivamente condizionata dalle forze della sinistra radicale.
Dunque: PD come conclusione dell’intuizione dell’Ulivo, nato come convergenza delle migliori culture nazionali del Novecento (quella della sinistra democratica, quella cattolico-popolare, quella liberaldemocratica, sino alle esperienze recenti dell’ambientalismo); come superamento degli “antichi steccati” tra cattolici e laici; come superamento della “conventio ad excludendum” verso la sinistra post-comunista.
Io parlo qui come rappresentante di un partito che ha già votato all’unanimità di voler dar vita al PD. La Margherita-DL non è un piccolo partito; è anzi, nel novero dei maggiori partiti europei, sia per consensi popolari che per organizzazione: circa 5 milioni e 400.000 voti raccolti nelle politiche, circa 400mila aderenti, molte migliaia di eletti ed amministratori dal Trentino alla Sicilia. Un partito che ha iscritta nel proprio DNA la vocazione a concorrere ad aggregazioni più vaste. E che è disposto al grande salto per la fondazione del PD.
Veniamo ora all’aggettivo che forma il nome del nostro progetto: democratico.
Significa per noi dare vita a una formazione che interpreti la democrazia interna nelle sue forme più aggiornate e adeguate (federali, ovvero con fortissima valorizzazione delle autonomie dei livelli regionali e locali; aperte, ovvero capaci di aggregare in modo vasto esperienze diverse e convergenti del campo riformista; fortemente partecipate; radicate nel territorio; non burocratiche; capaci di esprimere leadership forti e autorevoli ma non modelli di personalizzazione estrema; dotate di una ricca articolazione decisionale, alla Dahl, poliarchica).
Ma significa anche accettare la sfida infinita della democrazia. La parola Democrazia è forse la più antica e tutto sommato la più viva del lessico politico, poiché il valore della democrazia è sempre in trasformazione, non è mai acquisito, esige una costante ridefinizione, almeno quanto comporta il significato di quella parola: potere del popolo, sovranità popolare.
A differenza del XX secolo, il Ventunesimo inizia avendo acquisito, come compito-base della democrazia, la definizione di limiti da porre al potere pubblico, e non la sua espansione indefinita (è questa una delle più importanti acquisizioni dal liberalismo). Nonché un’idea della redistribuzione verso chi è socialmente svantaggiato che punta sensibilmente sulla dotazione di opportunità e sulla crescita della mobilità sociale, delle libertà e delle responsabilità. Che si misura con i vasti mutamenti propri della globalizzazione, facendo di questa enorme prova il terreno su cui misurare concretamente la capacità contemporanea della politica di orientare e decidere, anziché soltanto di assistere a quei mutamenti.
Un partito nazionale. E patriottico, rivendicando ex novo, sulla scia di quello che considero il migliore lascito del settennato di Ciampi, la parola Patria come compiutamente democratica. Consapevole che il nostro progetto dovrà essere fortemente legato agli interessi e alle potenzialità dell’Italia. Certamente, incardinato in una strategia di recupero dell’integrazione dell’Europa (la nostra “seconda Patria”) oltre che di valorizzazione dell’efficacia delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo.
Un partito riformista. Non tanto nel senso del riformismo come contrapposto al massimalismo di sinistra del XIX e del XX secolo, quanto del dovere ineludibile e incessante di progettare e realizzare riforme delle istituzioni e dell’organizzazione della Repubblica; delle politiche economiche; delle regole di un mercato che faccia del cittadino-consumatore il suo vero sovrano; del welfare; delle politiche dell’educazione e della conoscenza.
Nessun paese, tra quelli medio-grandi, ha tanto bisogno di riforme come l’Italia. Non nel senso di contrapposizioni preventive – ideologiche o di schieramento - ma di adeguamento del volto e delle dinamiche fondamentali della nazione rispetto ai formidabili talenti che la Storia ci consegna e che tuttora sono in grado di affiorare e reinventarsi nelle condizioni contemporanee.
Nella conclusione di questo discorso cercherò di cogliere alcuni fili, che possono aprire un confronto sulle Missioni strategiche del cambiamento dell’Italia di cui il Partito Democratico si faccia protagonista.
Credo che un piccolo numero tra i presenti oggi ricordi che – quando ho posto per la prima volta come possibile l’obiettivo della nascita del PD – ho associato ad esso tre necessari traguardi, almeno per noi della Margherita DL, ovvero per un partito che è nato dall’incontro di diverse culture ed organizzazioni del centrosinistra (popolare, liberale, democratico-riformista, ambientalista) e che non ha mai concepito la propria esistenza come autosufficiente. Né volta a conquistare un’egemonia, né, certamente, a subirne.
Sono tre grandi questioni che il trascorrere dei mesi ha confermato come essenziali. E che oggi posso tornare ad affrontare in modo costruttivo, meditato, neppure per un istante con la finalità di porre pretese o condizioni escludenti. Semmai, di svolgere un dialogo che molti fatti degli ultimi mesi confermano come indispensabile.
1.I collegamenti internazionali del nuovo partito.
Non ho mai detto che DL e DS debbano abbandonare, rispettivamente, il PDE (giovane aggregazione di dieci partiti europei, che ha raccolto in breve tempo l’adesione già di trenta membri del Parlamento Europeo) e lo storico Partito Socialista Europeo. Non si può chiedere alla Margherita di confluire nel PSE , né certo ai DS di abiurare dal significativo cammino europeo ed internazionale portato avanti finora.
Il punto è un altro: anche sul piano internazionale è finita da tempo l’autosufficienza della sinistra socialdemocratica, non solo in termini culturali, di rappresentanza di ceti e classi sociali tutelati da consolidate organizzazioni e norme, ma anche elettorali (quasi ovunque, i partiti socialisti o affini fanno oggi parte di coalizioni). Senza voler sminuire il valore né la forza dei partiti del PSE, non si può neppure ignorare il sempre più evidente campo di divergenze attraverso cui le rispettive politiche nazionali distanziano Blair dai socialisti francesi, Zapatero dai socialisti dei paesi dell’Est e così via. Il campo delle convergenze è assai diversificato, e si incontra spesso con altre forze europeiste e di centro- centrosinistra estranee al PSE. Dunque, il più interessante proposito strategico mi pare quello di colmare la reale lontananza tra il Partito Democratico americano -così come altre grandi forze democratiche mondiali, penso al Partito del Congresso indiano - e le forze riformiste europee. L’idea, cioè, di formare un’agenda essenziale delle politiche e degli obiettivi democratico-progressisti per questo inizio di secolo nell’arena globale.
Più che una piattaforma ideologica mondiale, del tutto velleitaria, una rete di iniziative di governo e di opinione riguardanti, per citare alcune questioni maggiori, il sistema delle Nazioni Unite, la promozione della democrazia, l’ambiente, i diritti umani, la lotta al terrorismo fondamentalista, gli Obiettivi del Millennio contro la fame e la povertà, la riforma del commercio…Iniziando dal nostro continente, restituirgli un contenuto - come ha scritto Ortega y Gasset - coalizzando i partiti in grado di riportare il treno dell’UE sui binari dell’integrazione e farlo guidare da alcune grandi priorità che rispondano, finalmente, alla seria insoddisfazione degli europei verso l’Europa.
2.Il pluralismo culturale nel nuovo partito.
La pluralità degli orientamenti culturali è la base di un grande partito, e del potenziale primo partito italiano. Chi punta a rappresentare un terzo e più del nostro popolo non può che riflettere al proprio interno la ricchezza delle opinioni e delle propensioni che ciascuno di noi incontra nella propria vita: nel lavoro, nei mondi associativi, nelle famiglie, dappertutto. Questo non potrà che tradursi in correnti di pensiero diverse, che si misureranno per esercitare la sintesi necessaria, non più in base alle precedenti appartenenze e a loro ipotetiche forme di disciplina (in questo senso l’esperienza della Margherita è abbastanza significativa, avendo conosciuto un reale rimescolamento rispetto alle formazioni politiche costitutive). La sintesi dovrà essere adottata democraticamente, e sono certo che la necessità di riferirsi a un più vasto corpo elettorale permetterà gradualmente di far prevalere approcci innovativi, più che istinti di conservazione delle vecchie certezze. Ovviamente, ciascuna e ciascuno saranno liberi di pronunciarsi secondo coscienza individuale in materie eticamente sensibili. Per riferirci a vicende recenti come i referendum sulla fecondazione assistita, ognuno in questa sala può criticarmi per le posizioni che ho preso personalmente; ma tutti potete stare tranquilli che nel Partito Democratico dovrà sempre ricercarsi una soluzione di sintesi nell’azione legislativa e di governo, ma non vi sarà mai un “pensiero unico”; né laicista, né confessionale. Serve il Partito Democratico per poter avere un grande luogo in cui finalmente si possa essere interamente cattolici ed allo stesso tempo limpidamente laici.
Credo che come grande partito nazionale il PD tenderà a porsi più spesso in sintonia con le fondamentali correnti di opinione e culturali della Nazione, piuttosto che con rispettabili - e non di rado preziose - testimonianze minoritarie. Naturalmente, il confronto, o anche le sfide, non potranno che aprirsi sul modo più corretto e più efficace per interpretare e per guidare le esigenze e le attese generali del popolo italiano.
3.L’autonomia tra politica, affari, corpi intermedi.
Né dirigismo, né commistioni. Niente partito-guida. E niente “rapporti preferenziali” con una o più forze sociali. Piena autonomia fra politica e organizzazioni sindacali, o di rappresentanza di settore. Non parlo naturalmente di itinerari personali: in ogni partito è fisiologico trovare esponenti provenienti da varie esperienze sociali o professionali; sindacalisti, imprenditori, membri di associazioni le più diverse. Sappiamo, peraltro, che gli ultimi 12-14 anni hanno visto cambiamenti assai rilevanti: pensiamo alla metamorfosi profonda della Coldiretti, solo per cogliere un esempio. Credo di poter dire qui, in pubblico, che questa autonomia noi cerchiamo di praticarla con tutte le organizzazioni esistenti, CISL, ACLI, Confcooperative, oltre che naturalmente con le forze industriali, artigiane, del commercio, del lavoro dipendente e così via. Tutti i corpi intermedi della società debbono vivere parimenti in autonomia: liberi di apprezzare o contestare le scelte della politica, di stringere accordi o rompere trattative con il governo in carica indipendentemente dal prevalente orientamento politico-culturale che esista al loro interno. Ha scritto su “Europa” Savino Pezzotta che occorre al più presto porre fine al tentativo di “bipolarizzare tutto, dall’economia al sociale” , con un “primato del potere che tende a limitare l’autonomia del politico e si fonda esclusivamente sul rapporto di forza (…) per cui la coalizione vincente, forte in virtù della vittoria, produce una gestione del potere che tende a determinare anche dentro la società civile e nelle relazioni economiche il sorgere di amici “forti” impegnati a consolidarla”.
Ecco, cari amici, il richiamo a uno degli errori politici e culturali più gravi fatto dai governi dell’Ulivo, la mancata approvazione di una normativa sul conflitto di interessi tra politica e affari, nell’unico grande paese democratico occidentale che ha visto sorgere e poi dominare, attraverso il fenomeno berlusconiano, gravissime distorsioni, che coinvolgono sia le istituzioni sia il mercato. Ed ecco una delle priorità per la prossima Legislatura: norme moderne e rigorose sui diversi conflitti di interesse che continuamente si manifestano: anche tra banche ed imprese; come tra banche, imprese e comunicazione. Finché, almeno, non vogliamo sconfessare ciò che scrive Dahrendorf: “la società civile è il pilastro più potente dell’ordine liberale, in quanto è regolata e non controllata dallo Stato”.
Voglio cercare di sviluppare questa riflessione attraverso la lente delle vicende recenti, e particolarmente del tentativo di scalata dell’UNIPOL alla BNL. Conoscete la mia posizione, che fu altrettanto critica che nella parallela vicenda della scalata BPL all’AntonVeneta. Ed in quella, anch’essa parallela e non ancora abbastanza analizzata, della scalata alla Rizzoli Corriere della Sera; tentata, non penso proprio a titolo personale, dal dr. Ricucci: una persona definita dal Presidente della Lega delle Cooperative Poletti come “un bravo imprenditore di successo”, in un’intervista del 13 agosto scorso in cui egli affermava “il tentativo di chiuderlo fuori della porta del cosiddetto salotto buono credo sia il sintomo di un conservatorismo privo di prospettive”.
Ora: io vorrei aggiungere qualcosa ai giudizi che penso siano noti in questa sala e che ho espresso con un certo anticipo rispetto all’esplodere degli scandali. E alla totale, leale, convinta solidarietà che abbiamo espresso a Piero Fassino e ai DS rispetto alla campagna di aggressione orchestrata da Berlusconi - solidarietà non solo politica, ma personale, che scaturisce dalla certezza di una pulizia che ci sentiamo di difendere pubblicamente. Voglio aggiungere l’apprezzamento per un passaggio rimasto abbastanza inosservato della relazione di Fassino nella difficile Direzione DS di una settimana fa: “Lo stesso superamento del “collateralismo” - che in realtà nelle forme storiche tradizionali da molti anni non c’è più - potrà essere più rapido e visibile attraverso un processo di riorganizzazione del movimento cooperativo che superi le forme di organizzazione storicamente figlie del sistema politico di un’altra epoca”. Un passaggio a mio avviso doppiamente apprezzabile: perché non nega l’esistenza, tuttora, di forme di collateralismo - anche se realmente diverse da quelle dell’epoca passata - e perché indica l’esigenza di superarle da parte del movimento cooperativo.
Io non credo che la politica debba indicare la fusione tra cooperative “rosse” e cooperative “bianche” come una strada da benedire. Decideranno loro, e noi potremo giudicare. Sarebbe a mio avviso sbagliato, come ha detto Luigi Marino, Presidente di Confcooperative, riproporre lo schema del passato, magari aggiornato attraverso un parallelismo con la nascita del Partito Democratico.
Del resto, molte cose non le si è viste, nelle vicende delle scalate, ma molte non le si è volute vedere. Posso capire che l’avvocato dell’ex-Governatore Fazio sostenga che egli sia stato raggirato da Fiorani: è forse la migliore linea di difesa giudiziaria. Ma, in verità, ne emerge la più abbagliante conferma del “concerto del quartierino”, per chi conosca le capacità e le potenzialità ispettive della Banca d’Italia . Nella vicenda UNIPOL – a parte le irregolarità e gli abusi, di cui si debbono occupare magistratura ed autorità competenti - l’Italia si è salvata da un grosso rischio.
Abbiamo registrato la pretesa di alcuni di dare vita a un grande centro di potere (non operante, di per sé come “cinghia di trasmissione”, ma di chiaro segno politico) che si pretendeva chiamato “a rinnovare” il capitalismo italiano: si vedano a questo proposito i discorsi tenuti da Consorte nelle Assemblee delle strutture cooperative chiamate ad autorizzare l’operazione, sino al suo discorso di commiato, accolto - anziché dagli scroscianti applausi di riunioni precedenti - da un eloquente silenzio. Non abbiamo registrato, ora che sembrerebbe finalmente archiviata la lunghissima vicenda che ha visto divisa la finanza in “laica” e “cattolica”, la nascita di una finanza “rossa”.
La mia conclusione è semplice: non esistono più le classi, i riferimenti economico-sociali organizzati, le barriere anche ideologiche del passato. Va superata ogni forma di preferenza - e, tanto più, di esclusivismo- nei rapporti tra politica e corpi intermedi . Va concluso ogni persistente collateralismo, ove vi siano passaggi organici di gruppi dirigenti e condivisione di operazioni e interessi economici e finanziari.
Uscendo dall’etica assoluta “che non si preoccupa delle conseguenze” (Weber), dall’etica della convinzione, per fare dell’etica della responsabilità una delle bandiere del Partito Democratico futuro.
Come ha detto Massimo Cacciari concludendo il I anno di attività del Centro di Formazione Politica, non dobbiamo buttare via con l’ideologia e le sue pretese anche una politica animata da valori: “il discorso sui valori attiene infatti a una dimensione di responsabilità individuale: il valore è la posizione da cui io parto per iniziare un dialogo, un confronto, una discussione con l’altro da me. L’ideologia, per la sua pretesa totalizzante, esclude i valori, che diventano superflui.” Non scetticismo, non relativismo, ma relatività. Qui c’è lo spazio, secondo Cacciari, per le idee, i progetti riformisti e anche lo spazio per quel di più, non di rado decisivo, che è la passione politica.
E qui posso concludere.
Come potremo arrivare effettivamente alla nascita del Partito Democratico, all’indomani delle prossime elezioni? Se il centrosinistra, innanzitutto, avrà vinto, con la guida di Romano Prodi. Se la lista dell’Ulivo alla Camera avrà avuto successo e pure avranno avuto successo le liste della Margherita e dei DS al Senato (dove i seggi così conquistati saranno assolutamente necessari per una maggioranza resa più stretta dalla nuova, sciagurata legge elettorale). Guardando all’indomani delle elezioni, oltre agli aspetti organizzativi, pur importanti - ma su cui impegniamo di solito una quota eccessiva delle nostre attenzioni - dobbiamo dedicarci a quello che io insisto nel chiamare “un nuovo inizio”. Alla forza creatrice di un “nuovo inizio”, sono certo, la Margherita – DL concorrerà coralmente. Non ci interessano invece confluenze, nè mere combinazioni interpartitiche.
Questo non significa svuotare i bagagli delle eredità culturali e politiche del XX secolo, ma portarli su un mezzo di trasporto nuovo. Significa ideare un’identità condivisa sulle esigenze del futuro, più che sulle differenze nelle identità del passato. Ha scritto Amin Maalouf che “l’identità non è data una volta per tutte; si costruisce e si trasforma durante tutta l’esistenza”. Un partito, infatti, se è vivo, è il più vivente degli organismi viventi.
E dunque il processo per la nascita del PD sarà un processo democratico, profondo, conflittuale se necessario, appassionante, capace di interpellare milioni di italiani in questo “nuovo inizio”. Non è una formula, una manovra tattica, il frutto di un appello generico.
Nascerà, in definitiva, con uno spirito non dissimile da quello con cui in queste ore assistiamo alla nascita di Kadima in Israele, frutto della consapevolezza dei limiti dei partiti esistenti, ma più ancora della convergenza su un potente traguardo nazionale (la pace col nemico, una forte, ritrovata unità del paese). Con la stessa trepidazione che deriva dal non esser chiaro se l’operazione sia destinata davvero al successo. Con lo stesso legame - speriamo per nulla drammatico, a differenza della dolorosa malattia di Sharon, che tuttavia non sembra in grado di far scomparire il suo ambizioso progetto – riferito alle biografie, le contraddizioni e magari le svolte sorprendenti provocate dalle persone quando decidano di animare un progetto coraggioso.
Solo un grande coraggio farà un grande partito, denso delle sue eredità ideali, nuovo nel suo progetto.
E qual è il progetto da sottoporre agli italiani? Dobbiamo discuterlo e deciderlo, in molti, anzi, moltissimi. Ma vorrei indicare due sole parole, per cominciare.
PARTECIPARE. Dobbiamo restituire a milioni di persone, non solo per una domenica, il gusto e la fiducia di esserci, di contribuire a cambiare l’Italia.
MODERNIZZARE. Dobbiamo essere coloro che svecchiano, che non buttano via l’occasione di riformare veramente il sistema-Italia, per lasciare ai nostri figli e alle generazioni che vengono un paese all’altezza delle sue meravigliose eredità di civiltà, di cultura, di talento. E capace di risolvere la sua crisi di fiducia, di sciogliere le sue troppo aggrovigliate contraddizioni, di tornare protagonista.
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