SORPRESE AMATO, L'AMORE DI RATZINGER E IL MIRACOLO DELLE NOZZE DI CANA
Editoriale dal Riformista del 30/1/2006
La verve intellettuale di Giuliano Amato non sembra mai soffrire troppo delle incredibili vicissitudini politiche cui il suo meticciato culturale lo espone. L'ultima delle quali è la punizione inflittagli dai Ds toscani, che da sola spiega bene perché fare il partito democratico sarà molto, molto difficile. Se un uomo che di quel nuovo partito potrebbe a buon diritto essere la bandiera (perché all'incrocio esatto tra i tre riformismi che dovrebbero comporlo) è così indigesto alle nomenklature dell'esistente, capite che attrito gli apparati opporranno a un nuovo inizio senza nomenklature? I tacchini, di solito, non votano per il Natale.
Però, come dicevamo, la verve resta. Ne abbiamo avuto una prova qualche sera fa a Napoli, dove Amato si è sfidato con De Mita e Bassolino sul tema del riformismo. Per spiegare che cosa secondo lui dovrà fare questo benedetto riformismo se andrà al governo (circostanza che prematuramente e avventatamente tutti sembrano dare per certa), ha fatto ricorso a una parabola evangelica. Fermo restando che bisognerà fare un miracolo, vista la condizione attuale dell'Italia, lui suggerisce di non scegliere quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci, secondo la ricetta socialdemocratica classica: «Se lo fa Gesù - ha detto Amato - gli riesce; ma se lo facciamo noi, finisce tutto in debito pubblico». No, il miracolo giusto è quello delle nozze di Cana: trasformare l'acqua in vino. Far scaturire da quel po' che c'è l'energia, la speranza, la fede necessaria perché l'acqua della nostra stagnazione economica si trasformi nel vino di una nuova ebbrezza di sviluppo.
Questo cercare nel messaggio cristiano le coordinate del riformismo politico non è usuale nel centrosinistra italiano, ma è abbastanza frequente in Europa. E' certo, per esempio, che Blair sia un cristiano fervente, ancorché ancora anglicano per motivi di ufficio, e che abbia cominciato la sua attività politica in un gruppo di impegno religioso. E il suo ministro Gordon Brown, autore di tutte le politiche sociali del New Labour, è il figlio di un pastore scozzese cresciuto in un impasto di marxismo-metodismo. L'interesse all'improvviso suscitato dalla prima enciclica di Benedetto XVI nel centrosinistra, e talvolta il deliziato stupore con cui è stata accolta la seconda parte, dedicata ai temi della carità e della dottrina sociale, meritano dunque una riflessione, se possibile libera dal condizionamento elettorale che vuol solo pesare quanta delusione essa abbia provocato nei teo-con nostrani (peraltro abbastanza silenti). Lo stupore è infatti figlio del pessimismo con cui buona parte della sinistra italiana aveva accolto la nuova assertività, l'integralità, con cui la Chiesa cattolica ha preso a battersi per l'affermazione dei suoi «valori». Prigioniera della propaganda della destra, italiana e internazionale, la nostra sinistra vi ha scorto solo i valori che non condivide (morale sessuale, sacralità dell'unione coniugale, etica dell'embrione), e ha colpevolmente ignorato i valori che essa non solo condivide, ma per cui si batte: la difesa degli ultimi, la solidarietà, la sussidarietà, e la carità. Ritrovarseli in un'enciclica papale (che Giannino e Tonini hanno per questo descritto sul nostro giornale, con una tollerabile dose di semplificazione, come socialdemocratica), ha lasciato di stucco chi si era già calato l'elmetto sulla testa. Per questo si avvertiva un sospiro di sollievo nella bella intervista che Romano Prodi ha rilasciato sul tema alla Stampa.
Ciò che sfugge a una parte della sinistra è che questo nuovo cattolicesimo, già annunciato del resto nella società italiana dalle opere della Compagnia omonima e dal rifiorire di movimenti laici come le Acli, intende il rapporto Stato-Chiesa in un modo che non le è affatto programmaticamente ostile. Dice Prodi (e noi siamo d'accordo, perché lo sosteniamo da tempo) che in Ratzinger quel rapporto sembra ispirato al modello della democrazia americana, dove la religiosità pervade tutta la politica ma non invade lo Stato. E' così. Perché è proprio nella separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, è proprio non facendo politica, che la Chiesa può stringere quelle alleanze con i non credenti che le sono necessarie per la sua battaglia sui valori. E' solo amando l'errante che può condannare l'errore. E' solo aprendosi alla Carità che può affermare la Verità. E se la Verità non piace alla sinistra, della Carità cristiana ha bisogno come il pane del lievito per far crescere il suo umanesimo.
Della Chiesa di Ratzinger il riformismo italiano dovrebbe avere meno paura. Essa non si periterà di stringere la mano ai teo-con contro la provetta, ma dirà sempre ai suoi fedeli: fate l'amore, non la guerra preventiva. E di un riformismo che fosse capace del miracolo di Cana, mettendo in soffitta lo statalismo della sua derivazione marxista a vantaggio della centralità cristiana della persona, anche la Chiesa di Ratzinger sarebbe una naturale interlocutrice.
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