Da Europa del 18/12 un articolo che deve far riflettere quadri e dirigenti dei partiti nazionali
Durante i primi anni Novanta, il tramonto dei partiti storici causato dal post-Tangentopoli ha determinato, come ben ricordiamo, l'apertura di vasti spazi politici dove è venuta a mancare una adeguata offerta. In questi spazi, poco alla volta, si sono insediati due dei principali partiti nuovi che ancora oggi sono l'asse portante di una parte almeno dell'arena politica.
Prima la Lega nord e, successivamente, Forza Italia hanno coperto quell'area di diffuso malcontento proponendo linguaggi e pratiche inedite nel panorama della cosiddetta Prima repubblica. Suscitando consensi sempre più numerosi tra quei cittadini-elettori che si dichiaravano stanchi del "vecchio" modo di fare politica. Quelle parole nuove riuscirono a far presa in ambienti demarcati da una forte predominanza dell'anti-politica.
Quelle stesse parole d'ordine innovative riuscirono a modificare anche le logiche di cui fino ad allora si cibavano i partiti sopravvissuti alla catastrofe, in primo luogo al nuovo Pci-Pds-Ds. Portando li pure una ventata di rinnovamento, nel linguaggio, negli strumenti di analisi della realtà, nel rapporto anche mediatico con il proprio elettorato.
In una parola: riavvicinando i cittadini ad un modo nuovo di far politica, più semplice (o magari più semplicistico), più personalizzato, maggiormente basato su proposte concrete e meno su affiliazioni storicamente determinate. Gli effetti di questo processo sono stati in parte benefici. È stata un' epoca per certi versi piena di entusiasmo, di voglia di partecipazione, di volontà di poter contare di più, a livello locale e anche centrale. È stata l'epoca del maggioritario, dove si eleggevano direttamente sindaci, presidenti di provincia e di regione, i candidati del proprio collegio. Vissuta quasi come fosse il ritorno di una democrazia diretta e partecipata.
In quel periodo, anche la fiducia nei nuovi partiti, oltreché nei magistrati- simbolo del nuo vo corso, era tornata su livelli relativamente elevati: quasi il 40 per cento degli intervistati nei sondaggi dell'epoca formulava giudizi positivi sui partiti. E ancora di più sui governi locali.
Un momento di euforia politica che poco alla volta cominciò a scemare. Già nel 1996-97 i giudizi positivi scesero al 30 per cento, per arrivare al 20 per cento nel 2000 e toccare le sue vette più basse negli ultimi anni, intorno all'attuale 15-16 per cento.
Una china discendente che, quasi simbolicamente, viene codificata proprio oggi dalla ratifica della fine del maggioritario. La nuova legge elettorale di tipo proporzionale, approvata ieri anche al senato, ristabilisce il predominio dei partiti, che ritornano a dettare legge su tutto quanto attiene le scelte elettorali.
Oggi, spulciando gli ultimi sondaggi di Ipsos Ispo ed Swg, i partiti politici sono dunque l'orga nizzazione che ottiene i voti di fiducia più bassa da parte degli intervistati: la percentuale di voti sufficienti varia infatti tra il 15 per cento ed il 20 per cento, mentre il voto medio si aggira attorno al 4, superato in negativo soltanto dal voto dato agli zingari. Secondo Ipsos, imprenditori, commercianti e artigiani esprimono livelli di fiducia nei partiti particolarmente bassi, e costantemente al di sotto della media generale della popolazione; sono invece casalinghe, pensionati e, forse sorprendentemente, gli studenti a nutrire un livello di fiducia nei partiti leggermente sopra la media, che rimane comunque, anche tra questi settori più "favorevoli', il più basso rispetto a tutte le altre istituzioni testate, La fiducia nei confronti dei partiti politici varia poi notevolmente presso i diversi settori di elettorato: gli elettori di Ds e Margherita mantengono un livello di fiducia nei partiti decisamente più alto rispetto a tutti gli altri, arrivando a toccare un più 10 per cento sulla media generale. Al contrario, gli elettori di centrodestra nutrono scarsa fiducia nei partiti.
Ma il senso di efficacia politica dei nostri connazionali permane agli ultimi posti anche nei confronti europei: ci si fida sempre meno, si sente di contare sempre meno nella determinazione dello scenario. Ed è forse questo uno dei motivi dell'alta partecipazione alle primarie: il desiderio di incidere maggiormente. In una situazione come questa, i partiti sono paradossalmente più preoccupati del proprio consenso "immediato', quasi da cronaca quotidiana, che della formazione di un consenso duraturo. Ci si preoccupa allora di quanti voti sposta la Tav (qualcosa sotto lo 0,5 per cento), come se l'elettore cambiasse bandiera dopo ogni polemica su qualsiasi fatto quotidiano. E non ci si preoccupa per nulla di stabilire rapporti forti con i cittadini, con proposte di medio respiro, con coinvolgimenti di lunga durata.
In attesa che all'orizzonte, forse dopo una nuova Tangentopoli, si profili un nuovo Berlusconi, capace di coprire gli spazi lasciati scoperti dall' attuale offerta politica e, sapendo interpretare i disagi degli italiani, faccia l' en plein dei voti degli elettori sempre più sfiduciati.
PAOLO NATALE
Europa, 18-12-2005
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