giovedì 25 agosto 2005

Il bipolarismo riformista

Dal "Corriere della Sera" del 24/8 riportiamo l'editoriale di Piero Ostellino

Il bipolarismo riformista
di
Piero Ostellino

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Nel lessico politico sono comparsi nuovi termini — discontinuità, centrismo, partito moderato—ed è scomparsa la sola parola che dovrebbe esserci: riformismo. Una cultura politica malata si distingue da una sana per le parole e i concetti che usa. Se sul significato e sull'interpretazione delle parole e dei concetti non è possibile equivocare e c'è una diffusa concordanza, la cultura politica che li usa è sana. Se parole e concetti sono equivoci e si prestano a interpretazioni ambigue, è malata. Sotto il pensiero debole, niente. Né a destra, né a sinistra.
Nel centrodestra, discontinuità, centrismo e partito moderato sono altrettanti modi di alludere alla crisi del berlusconismo, senza denunciarla esplicitamente, né delinearne concretamente le alternative.
E' la stessa sindrome di cui aveva sofferto il centrosinistra nel 2001: come scegliere un nuovo candidato (Rutelli), senza sconfessare chi aveva governato fino a quel momento (Amato). Un'impresa disperata e perdente. Discontinuità sta per aspirazione a cambiare la leadership di Berlusconi, ma senza affrontare la questione di petto, indicare il successore, spiegare per fare che cosa. E' la situazione speculare e opposta a quella in cui si trova il centrosinistra: come attribuire un carattere di continuità e di coerenza alla candidatura di Prodi dopo che i suoi stessi alleati lo avevano fatto fuori quand'era a capo del governo. Un'operazione gesuitica.
Centrismo adombra l'espulsione del partito più piccolo della coalizione (la Lega), la marginalizzazione di quello intermedio (Alleanza nazionale) e lo svuotamento del più grosso (Forza Italia), ma senza spiegare in quale modo e con quali prospettive.
E' lo stesso problema cui si trova di fronte il centrosinistra: come governare l'Italia del ceto medio con l'ala estremista, movimentista, pacifista ed ecologista della coalizione (Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi). In inglese si direbbe un wishful thinking.
Partito moderato è la parola d'ordine, il lasciapassare di tutti i trasformismi che hanno accomunato, da sempre, destra e sinistra in Italia nella soggezione agli interessi organizzati, nel rifiuto del riformismo, nell'opposizione al cambiamento e nell’incapacità di modernizzare il Paese.
Per raccapezzarsi sarebbe dunque utile fare, innanzi tutto, pulizia concettuale. Recuperando vecchi concetti — individualismo e collettivismo, corporativismo e concorrenza, protezionismo e mercato, statalismo e globalismo, riformismo e massimalismo — ormai in disuso, ma che continuano ad avere un duplice pregio. Di costringere le forze politiche a confrontarsi, definendo e riempiendo di contenuti programmatici tali contenitori. Di facilitare lo sviluppo di un sistema politico di bipolarismo perfetto caratterizzato da programmi alternativi di governo. In tale contesto, è corretta la convinzione di Mario Monti che centrodestra e centrosinistra, così come sono strutturati, non riusciranno mai a fare le riforme di cui necessita urgentemente il Paese.
La (difficile) soluzione, infatti, sta nel rafforzamento della componente riformista all'interno di entrambi gli schieramenti, che riduca il potere di coalizione e di veto di conservatori e radicali.

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