lunedì 28 febbraio 2005

Da dove ripartire per governare (di R.Prodi)

Idee per il programma del centro-sinistra dal leader della coalizione.

Il programma che ho in mente è un programma per il cambiamento dell’Italia e lo voglio costruire ascoltando gli italiani. Dobbiamo trovare idee-forza in grado di rimettere in moto il paese. Dobbiamo valorizzare la tradizione europea dell’economia sociale di mercato, e trarre lezioni da quel nuovo liberalismo democratico che negli anni '90 ha saputo ridare alla società americana slancio, prosperità e coesione.


Il programma che ho in mente è un programma per il cambiamento dell’Italia e voglio scriverlo insieme agli italiani. Lo voglio costruire ascoltando le loro aspettative e i loro timori, le loro passioni e le loro ansie, le loro esperienze e le loro proposte. In quest’ottica, chiedo a tutti i nostri sostenitori di aiutarmi nell’interpretazione dei problemi e nella scelta delle soluzioni. Governareper e la Fabbrica del Programma saranno gli strumenti attraverso cui verranno elaborate idee e le si confron­teran­no in un dialogo aperto e serrato, per proporle ai partiti e alla coalizione. Vi chiedo di riflettere, di pensare, di mettere a fuoco idee nuove. Dobbiamo trovare idee-forza in grado di dare speranza agli italiani e di rimettere in moto il paese. Non possiamo farlo con ricette stantie o proclami ideologici.
Dobbiamo partire soprattutto dalle energie inespresse, da quelli che alcuni considerano problemi, e che invece possono diventare straordinarie opportunità di dinamismo e di crescita: i giovani, gli immigrati, il mezzogiorno. Dobbiamo difendere e valorizzare il meglio della tradizione europea dell’economia sociale di mercato. Ma possiamo trarre molte lezioni anche da quel nuovo liberalismo democratico che negli anni novanta ha saputo unificare la società americana, ridandole slancio e prosperità, rafforzando la coesione sociale.
Dobbiamo saper scendere nel concreto dei problemi dell’Italia e delle soluzioni possibili. La battaglia elettorale non la si vince edulcorando i problemi. Non possiamo non dire la verità al paese, altrimenti non ci saranno le condizioni per governare, quando ci troveremo di fronte alle scelte difficili che ci saranno imposte dalla competizione internazionale e dalle ristrettezze del bilancio pubblico. Nella politica energetica, nella strategia industriale, nella formazione del capitale umano, dobbiamo trovare una vocazione italiana perché non possiamo continuare a non scegliere.
Il paese apprezzerà un programma sereno, forte ma consapevole della situazione in cui siamo. Dobbiamo essere sinceri quando descriviamo la situazione del paese, altrimenti rischiamo il ridicolo, e questo rischio lo voglio lasciare al Governo in carica. È chiaro che l’ottimismo viene dal rimedio, dal nostro progetto di rilancio, che sarà credibile proprio perché sincero. C’è il momento in cui bisogna guidare, dire la verità, e anche dare l’indirizzo al paese sulle cose da scegliere e da fare. Se non riusciamo a collegare questi due aspetti, analisi dei problemi e progetto di risposta, non riusciremo a proporre un programma eticamente forte, che possa interessare il paese e coinvolgerlo in un discorso di rilancio. La credibilità non può partire da un’analisi edulcorata della situazione in cui siamo. Nessuno ci crederà se diciamo «il paese va male, ma poi si aggiusta», perché questo è del tutto irrealistico.
O c’è un discorso di svolta etica e una concordia che è naturalmente accompagnata dall’ottimismo di potercela fare, o noi non riusciamo a fare un programma credibile. La lotta all’evasione fiscale, che è fondamentale per questioni di equità e per recuperare risorse per le riforme, noi la possiamo vincere solo se c’è un clima diverso nel paese. Il problema dell’invecchiamento del paese non si supera se non c’è un cambio di direzione che dia il senso del nuovo, se non c’è una pedalata vigorosa, se non c’è la secchiata di acqua fredda. Capisco che affrontare certe questioni è come rimettere il dentifricio dentro il tubetto, però questo è esattamente quello che dobbiamo riuscire a fare in certi campi.
Questo è il senso delle attuali schermaglie nel centrosinistra. Se mi sono impuntato, e se lo farò in futuro, è perché temo una coalizione frammentata e piena di diritti di veto, che sarebbe forse anche capace di vincere le elezioni ma poi farebbe fatica a governare. Io voglio che quando andiamo a chiedere il voto ai cittadini, lo facciamo con un programma condiviso e concordato, con opzioni concrete e realistiche, che poi sia in grado di rilanciare il paese sul serio, senza poi incagliarsi su ricatti e negoziati senza fine. Per guidare il paese c’è bisogno di un programma politico e non di un mero elenco di cose da fare. C’è bisogno di dare un ordine alle priorità, di stabilire una gerarchia tra gli obiettivi. Queste priorità debbono essere discusse apertamente, condivise, scelte assieme attraverso elezioni primarie che verifichino il consenso attorno ad esse e sostengano l’azione di chi le propone fino alla loro realizzazione. In questi mesi tutte le carte devono essere messe sul tavolo, le primarie e i negoziati della coalizione troveranno poi una quadratura, e poi le decisioni prese le portiamo fino in fondo, senza tornare indietro.
Dobbiamo recuperare una concezione della politica, non come affare, come scambio, come interesse privato, come merce, ma come progetto, come scelta di unire il paese e non dividerlo. Noi siamo quelli che le promesse le mantengono. Non servono miracoli, non c'è bisogno di bacchette magiche. Serve un lavoro duro, serio, continuo, giorno dopo giorno, senza trucchi. Oggi dobbiamo riprendere il disegno di stabilità e di prosperità che ci ha portato nell’Euro. Dobbiamo riprendere una politica europea, perché questo è il nostro punto di forza in una competizione globale.
È l'intera struttura produttiva e amministrativa del nostro paese ad essere inadatta a generare una crescita sostenuta: basta dare un'occhiata alla struttura dell'import-export italiano e al funzionamento del settore pubblico che ci appesantisce. E per mettere a posto queste debolezze strutturali non basta fingere di tagliare le tasse, che certo se fosse vero non guasterebbe; per poterlo fare davvero occorre un lavoro paziente e credibile di ricostruzione del paese. Attento ai problemi veri. Tagliando le tasse sul lavoro e non quelle sui ricchi, perché è così che si riducono i costi delle aziende, si promuove l'occupazione e si sostengono i consumi. Concentrando gli incentivi e i crediti fiscali sulla ricerca e sull'innovazione. Promuovendo la concorrenza per garantire mercati liberi e aperti. Combattendo le rendite e i monopoli nelle professioni, nella distribuzione, nelle banche, nelle assicurazioni, nei trasporti, nell'energia. Perché chi paga il conto finale dei costi di queste posizioni di privilegio sono le famiglie e le imprese.
Se non abbiamo questo senso del nuovo, la gente non percepirà nessun richiamo, e questo ci farà anche mancare il sostegno volontario di giovani e meno giovani, di quelli che vanno a fare in giro la campagna elettorale e di cui abbiamo bisogno per vincere, non avendo le televisioni. Di fronte alla paura e all’insicurezza, dobbiamo mandare un messaggio nuovo e forte. Vi chiedo di riflettere, di pensare e di discutere di idee nuove. Questo è il discrimine della vita politica futura. Senza rimedi forti il paese non si aggiusta, e noi perdiamo le elezioni.

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